Abdulah Sidran

Abdulah Sidran
 
 

Abdulah Sidran (1944) poeta e sceneggiatore di Kusturica (Ti ricordi di Dory Bell?, Leone d’oro a Venezia, e Papà è in viaggio d’affari, Palma d’oro a Cannes), e altri registi, ha vissuto a Sarajevo tutta la durata dell’assedio dei quattro inverni (aprile 1992-dicembre 1995). Sarajevo, la sua città, era un crocevia multiculturale. Ha visto bruciare le biblioteche e dissolversi la convivenza tra culture. Il grasso di lepre. Poesie 1970-2009 (Casagrande, 2010) è una scelta da raccolte uscite a ritmo decennale. Ha versi prima, durante, dopo la guerra. Il titolo viene da una poesia: il grasso di lepre porta in superficie le schegge più profonde. Oggi Sidran vive in un piccolo villaggio. Se gli dite che le sue, più che poesie, sono racconti s’inalbera, e a ragione. C’è sempre una pepita d’oro in ogni poesia: un giro di strofa che sostiene il tutto. Non ha parole oscure, Sidran, non ha l’ansia, di altri della sua generazione, di far uscire una raccolta ogni due anni, magari con l’aiuto dell’alcol, dice. Se lui beve, è per cantare in compagnia. È anche un conosciuto giocatore di scacchi. Nel libro la cronaca gustosa di una partita con il capo della polizia, dove alla fine si capisce che a vincere è l’atteggiamento interiore dopo la sudditanza al potere. Sidran ha versi per tutto: se Venezia affonda, dice, è perché Sarajevo muore in guerra. Ha versi per l’amore e versi per la disperazione.

 

Pierangela Rossi

 
 
 
 
Prendendo l’osso e la polpa
 
A me più niente, né di buono né di cattivo,
può accadere. Mi è rimasto semplicemente
di contare i giorni, come il rispettoso soldato, con una piccola
differenza, nel senso e nell’intensità. Bisogna considerarlo
ed esprimerlo, alla fin fine, con calma: verrà
e si prenderà tutto, prendendosi l’oso e la polpa.
 
Nel mondo invece è il mese di giugno, e fiorisce il gelso,
precipitano le piogge, e passano, l’attimo scorre, e di colpo,
da ogni parte, in alto, spicca il volo l’amore ed è piena
di polline l’aria, nel polline la sofferenza del maschio ribelle,
anche il cielo arde d’amore, perché è il mese di giugno
nel mondo, e matura il gelso.
 
Lei verrà. Prendendosi l’osso e la polpa, si prenderà tutto:
la matita col cuore graffito sul tavolo, la ragione e
l’anima, sulla parete il quadro-musica di cui risplende la stanza,
la lacrima e la paura, e l’aria colma di polline. Poi:
buio, buio, buio, buio, buio.
 
Ed è il mese di giugno nel mondo. Precipitano le piogge,
e passano. D’amore arde il cielo e gli scrittori si macchiano
le mani di carta carbone come i bambini di more. È piena di polline
l’aria. Nel polline la sofferenza del maschio ribolle.
È il mese di giugno nel mondo, e il gelso matura.
 
 
 
 
Tutto il resto lo cambio
 
Dopo un lungo discorso sulla politica e la guerra,
sulle cause del fascismo serbo,
sulla strage che, davanti agli occhi del Mondo,
sta compiendo del mite popolo dei buoni Bosniaci –
dico a un giornalista di Milano,
nel mio italiano,
che non tanto tempo fa, nel 1988,
mi trovavo nella sua città e avevo formulato in me
una mai scritta poesiola.
 
-Non potrebbe riuscire a ricordarsi di quei versi,
se non le dispiace, per me
sarebbe molto importante, perché, sa, io sono nato a Milano.
 
-Naturalmente, rispondo. Io me li rammento tutti
i miei versi, io sono – come si dice condannato?
Io sono… premiato e punito dalla memoria,
è il mio unico possedimento, e d’altro
non ho nulla, proprio come non ho motivo
di dispiacere o di vergogna. Così recita, mai trascritta,
la mia “Preghiera a Milano”:
 
“Fa che muoia
in questo istante, o Dio.
Lascia soltanto
i miei occhi
al mondo.
A guardare
le donne che passano
per piazza Duomo.”
 
Nel suo occhio durò
una certa sana e nobile tristezza,
mentre il mio dolore, dal bosniaco,
si riversava nella sua lingua.
 
-Ma oggi – alla luce di questo orrore –
cambierebbe qualcosa nella sua poesia?
 
– Tutto il resto lo cambio,
ma non cambio nulla,
neppure una lettera
in una poesia d’amore e di desiderio.
 
 
 
 
(n.n.)
 
secondo le leggi
dell’etica medica
il nome non si rivela

ma per interi
tre anni e mezzo
tutto il personale del nostro
centro clinico
su questa persona
ha vegliato e cercato
 
quale sia la malattia
che in lei c’è
ma non si trova
e non c’è nessun male
 
ma le è rimasto
nel corpo e nella mente
nell’anima e nel cuore
nelle ossa e nel sangue
 
come sono le cose
nel luogo natale
 
perché non è solo una
srebrenica in Bosnia
 
ha perduto
tutti i suoi cari
tutti i parenti
donne e uomini
vecchi e giovani
 
tutti
 
ascolto come di questo
dallo schermo tv
parla l’esperto
il dottor Senadin Ljubovic
 
abbiamo avuto
molti casi analoghi
 
non ha neanche quarant’anni
non ha nessuna malattia
però la vedi morire
e non c’è per lei salvezza
 
durante il consulto
dimentichiamo il nostro
latino
di medici
 
e nell’atto di morte
scriviamo
 
“deceduta per disperazione”
 
 
 
 

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