A letto sola e a letto presto – Ilaria Grasso

A letto sola e a letto presto - Ilaria Grasso

 
 
L’operatrice del call center
 
Ne uso tante di parole ma a ripetere sempre le stesse
pare che quello di là dalla cornetta
sia quello di prima e che sia pure scemo
o che voglia prendermi in giro
così perdo la pazienza come un prolasso.
 
Ma poi penso che forse sono io la vera scema
a stare seduta nove ore a dire sempre le stesse cose
con l’aria che manca in postazione.
 
Le cuffie mi stringono le tempie e la mente.
 
Da giovane leggevo tanto ma ora a fine giornata
dopo aver preso il bambino all’asilo
o dai nonni assieme alla cena
con le corse degli autobus che saltano
mi metto a letto e guardo la pila dei libri che non leggo.
 
Dormo poco e male. Non so più cosa immaginare.
 
 
 
 
 
 
Abuso d’atti d’ufficio
 
Lui la prende dietro la scrivania
dopo il turno di sera
nella stanza accanto a quella
della segreteria.
La rosa trema nel vaso
assieme a lei
che non si spoglia
aspettando
che al padrone
prima o poi passi la voglia.
Non accade mai e dico mai
che a lui passi questa voglia
e quando va a casa dal marito
con gli occhi vuoti
dopo aver preparato
la cena per tutta la famiglia
dice solo
che è stanca
e vuole andare a letto.
A letto sola e a letto presto.
 
 
 
 
 
 
In autobus alle nove di sera
vi ascolto anche se non vi conosco.
 
Siamo vicini come su un divano
eppure tra noi nemmeno uno sguardo
neppure per sbaglio durante tutto il viaggio.
 
Poi un suono dice che siamo a casa
ma ancora non riconosciamo le pareti.
 
Mi accendo una sigaretta
e avanzo a passo svelto per la strada.
 
Ho ancora i vostri occhi davanti
come i miei stanchi.
 
(Ilaria Grasso, Epica quotidiana, Macabor, 2020)
 
 

I versi di Ilaria Grasso mettono a fuoco il lato più disumanizzante e spersonalizzante dell’ambiente lavorativo dei nostri tempi, e la sua tendenza a desensibilizzare l’uomo dai propri bisogni e dai propri simili, in una meccanizzazione ripetitiva che, costringendo a una situazione innaturale, prolungata e ripetuta, porta a fenomeni di nevrosi sociale, di fastidio fisico, di alienazione.

Nei testi scelti è possibile distinguere la descrizione del ruolo di lavoro – in sostanza routinario e asfissiante – le reali aspirazioni del soggetto – relegate in una dimensione di possibilità mutilata che appare negata – e qualche parvenza di nevrosi collettiva e individuale, che si rispecchia in una società disumanizzata – pur conscia e consapevole della propria tensione a un mondo altro, capace di recuperare la relazione con gli uomini e il proprio ambiente.

Ulteriore tema, immediatamente conseguente a quanto evidenziato, è quello relativo alle ultime generazioni, e alla loro sostanziale impossibilità di trovare una propria dimensione di piena realizzazione – costretti tra precariato e difficoltà lavorative, l’estrema problematicità del raggiungere una piena autonomia economica e – in ultima istanza – una propria dimensione familiare, relazionale, materiale – che si traduce banalmente nel ricavare i propri spazi vitali, che restano incerti e provvisori, spesso anche vittima di un rapporto assente o poco fruttuoso con le proprie radici e la propria dimensione di origine.

Nel primo testo si riscontra quanto evidenziato con una certa precisione: l’ambiente di lavoro ripetitivo e disumanizzante (“ne uso tante di parole … a ripetere sempre le stesse … penso che forse sono io la vera scema / a stare seduta nove ore a dire sempre le stesse cose / con l’aria che manca …), la desensibilizzazione verso l’altro ( “… pare che quello di là dalla cornetta … sia pure scemo / o che voglia prendermi in giro …”), le aspirazioni negate o relegate a una dimensione idealizzata del passato (“ … da giovane leggevo tanto ma ora a fine giornata … guardo la pila dei libri che non leggo.”), la frenesia di una generazione che non riesce a trovare una stabilità nemmeno sociale (“… dopo aver preso il bambino all’asilo … con le corse degli autobus che saltano”), che si risolve in un malessere diffuso e radicato, un’insoddisfazione frutto della spersonalizzazione progressiva, che si traduce in nevrosi e morte delle aspirazioni e del desiderio (“Dormo poco e male. Non so più cosa immaginare.”).

Il secondo testo alza la posta in gioco e aggiunge a tutto questo la abitualità del maltrattamento, dell’assoggettamento, della violenza – in particolare quella verso le donne, in un testo di particolare ferocia; anche qui l’episodio, nonostante la gravità, assume l’aspetto di una routine impiegatizia, e il risultato non è differente dal precedente (“con gli occhi vuoti … è stanca / e vuole andare a letto. / A letto sola e a letto presto.”).

Il terzo testo in qualche modo compone tutte queste individualità, isolate nelle proprie situazioni alienanti e insoddisfacenti, e ciò nonostante frenetiche e ripetitive, in un “non luogo” quotidiano, ovvero il mezzo di trasporto che collega casa e lavoro (a questo sembra ridursi il resto del mondo: alla distanza tra luogo del riposo e luogo di lavoro) – e in questo caso, un autobus – ma potrebbe essere benissimo una metropolitana, un tram, un treno.

Si evidenzia la distanza umana tra ogni singola persona, senza “nemmeno uno sguardo”, nonostante “siamo vicini come su un divano”. L’unica forma di comunicazione è con “un suono (che) dice che siamo a casa”, una casa di cui non si riconoscono “le pareti”. E ancora si avanza “a passo svelto”, a conferma dei ritmi frenetici e logoranti.

L’io di questo testo, un io “slargato” a una visione di insieme, in qualche modo, prende in considerazione gli occhi di tutti i passeggeri di quell’autobus, ognuno con la propria storia, di cui i primi due testi potrebbero essere due esempi come tanti, che portano, a fine giornata, occhi “come i miei stanchi”: probabilmente non stanchi di dovere affrontare una realtà del genere, ma di non potere, di non riuscire a vivere, in modo autentico, una dimensione che li faccia sentire in reale e profondo contatto con il mondo e gli altri uomini. Stanchi di avvertire la perdita della propria umanità.

E la denuncia nei versi della Grasso, espressa con un dettato pacato, sereno ma terribile, è un invito concreto a prenderne coscienza e a considerare l’ipotesi che un’alternativa non è impossibile, nonostante l’estensione patologica del fenomeno che – certo – non coinvolge tutti, ma molti – moltissimi; un invito, soprattutto, a ritrovare dalle proprie drammatiche individualità una dimensione collettiva, corale e universale.

Mario Famularo

 

 

 

 

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