5. La Poesia inumidisce la matita

Bozza automatica 2419

Egon Schiele

 
 

Ultima lezione dello Speciale Estivo di Laboratori Poesia, un corso aperto che si appoggia al gruppo Facebook (qui). Le puntate precedenti:

1. Emotività e sintesi in Poesia
2. È proprio necessario l’io in Poesia?
3. Immagini e Social
4. Cos’è la Poesia

 

*

Nella puntata precedente abbiamo visto cos’è o cosa può essere la Poesia a partire dalle parole di Domenico Pisana apparse nel Gruppo. E abbiamo ipotizzato un ruolo del poeta in una società che lo ha marginalizzato, escluso dal percorso principale della cultura. Permettendogli d’ambire al massimo alla visibilità (perché parlare di notorietà è troppo).

Francesco Belluomini, fondatore del Premio Camaiore, in un’intervista di alcuni anni fa disse: la Poesia è una bandiera, ha salvato anche la letteratura italiana perché coi romanzi che si pubblicano da qualche tempo, se non fosse stato per i poeti, quelli importanti davvero, la letteratura italiana sarebbe stata di poca considerazione (qui). Parole forti, ma vere. Perché se la narrativa ha un percorso principale e molto ben visto (anche per una commerciabilità maggiore, indispensabile all’esistenza dell’Editoria) è anche noto che il livello degli editi negli ultimi anni qualitativamente parlando si è molto appiattito. Mentre la Poesia vive un periodo rigogliosissimo sia a livello laboratoriale sia a livello di eventi, e non di rado appaiono testi interessanti (ieri ad esempio ascoltavo l’ottimo Mohammed Gassid, qui).

Resta che il poeta oggi al massimo può ambire a essere invitato a qualche evento, può ambire ad avere un po’ di lustro del nome per quei tradizionali quindici minuti. Che possono durare un giorno, un anno, ma alla fin fine lasciano un dubbio: a cosa serve?

 

*

Parlando con Federico Rossignoli, in merito a un post di Sergio e Nadia Gallo apparso sempre su Laboratori Poesia, è emersa un’osservazione interessante. Sergio affermava che ti lasciano arrivare solo fino a un certo livello, e il dubbio che io stesso ho espresso è che non esista un livello, un punto di arrivo.

Parlando di alcuni casi letterari quanto di esperienze in ambiti musicali è emerso che non di rado un autore ha visibilità, esce magari con una grande Casa Editrice, per motivi del tutto fortuiti. Motivi che prescindono dalla bravura dell’autore. Mentre ci sono casi di ottimi autori che non riescono ad accedere a percorsi maggiori perché non si trovano al posto giusto nel momento giusto, o fanno scelte sbagliate.

Il punto è che a volte si ha la fortuna di emergere, a volte no. Non importa se si è bravi, è una questione di caso. Ma questo implica una riflessione importante: se a un punto puoi arrivare o non arrivare per caso, allora quel punto per definizione non è importante.

E in effetti parlando di Poesia l’ambire alla corona d’alloro è oggi del tutto inutile e fuorviante. Ma dato che ho già affrontato il tema del cos’è la poesia, in quest’ultima puntata del Corso Aperto voglio provare a definire cosa non è Poesia.

 

*

Uno dei più grandi fraintendimenti di oggi è considerare Poesia la semplice espressione delle proprie emozioni con un andare a capo o quasi ogni parola o comunque senza un vero e proprio motivo. Il fraintendimento consiste nel motivare tale scelta con i soliti autori novecenteschi (Merini, Szymborska, ad esempio) senza comprenderne l’effettivo valore o lavoro a monte. L’andare a capo necessita di una scelta precisa e motivata. E nemmeno, come spesso ho sentito dire, basta il dire ma il poeta considerava necessario andare a capo lì. Necessario perchè? Il poeta lo spieghi svestendosi dell’assunto del poeta e argomentando come un fabbro, tale fa un vero Poeta.

Poesia non è immediatezza, non è istintualità. Tutti potenzialmente nascono poeti come approccio al mondo ma non lo diventano senza esercitarsi sui ferri del mestiere. Poesia non è imprecisione, goffaggine, approssimazione.

Poesia non è espressione dell’io, e questo lo abbiamo già detto (piuttosto è espressione di un io sociale, culturale, comunitario). E non è l’effetto che provoca. Poesia è intento e competenza. E non è il loro opposto.

E il Poeta non esiste se non come soggetto inizialmente scrivente perché, come detto la volta scorsa, la Poesia non è del Poeta, ma del lettore. Il lettore diventa il Poeta che scrive la Poesia che legge nel momento in cui la legge.

 

*

In questi giorni mi è capitato di sfogliare alcune pagine di Alessandro Fo da una sua vecchia edizione Scheiwiller (Otto febbraio, 1995). Trovandovi spesso una lezione fondamentale: Poesia non è un testo, a volte è solo un verso, o due. Con questo non voglio dire che l’intero non sia efficace, ma che il punto d’arrivo che possiamo ardire di chiamare Poesia sovente non è l’intero ma una sua parte. Faccio un esempio:

 
Lei in galleria
 
Lavavo i piatti.              Tanta finezza, allora,
scesa col tempo sul fondo si apriva.
Era laggiù.            Ecco in me la vetrina,
riflessi e magliettina
fucsia e la gonna blu.
 
Ebano morbido, fitti coltelli,
in superficie nera compostezza
vennero lisci e lucenti i capelli,
elefanti in bellezza.
 
Sguardo presto ritratto
di chi la terra sembra pattinarla
scivolando sul marmo; ma di scatto
stringe il suo movimento
se ti scopre un momento
ancora lì, da sempre, a contemplarla.
 
Sono passati              cinquecent’anni e ancora
mentre la schiuma sui piatti è più viva
il ricordo ferisce;              un taglio e sanguino.
È tanta lontananza che impedisce
di interrompersi e amarla.
 

Questo testo, che trovo particolarmente bello se non addirittura eccellente, è sicuramente Poesia. C’è una struttura, una musicalità, e un messaggio di fondo che passa attraverso un’estetica del verso più che un contenuto diretto. Ma l’ultima parte:

 
È tanta lontananza che impedisce
di interrompersi e amarla.

 

non può non essere considerata come una Poesia nella Poesia.

 

*

Trenino di legno
 
È a diciott’anni che ha avuto il bambino,
ma a ventisei sembra ancora bambina.
 
Dio, come gradirei starle vicino,
lodarne il gusto, sentirla vicina.
 
Sarei un augusto, senile signore
che vergognoso ancora s’innamora:
 
fuori, verboso, importuna signore
e dentro muore per la bimba signora.
 

Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un testo particolarmente efficace che racconta un’abitudine dell’uomo. Quando frustrato, tende a eccedere, a dimostrare. E come non considerare memorabili i versi in cui lo definisce:

 
fuori, verboso, importuna signore
e dentro muore per la bimba signora.

 

che fanno seguito a una dichiarazione d’amore apparentemente semplice:

 
Dio, come gradirei starle vicino,
lodarne il gusto, sentirla vicina.

 

che nella ripetizione di vicino/vicina sottolinea tutta la sua mancanza. Ma perché tale ripetizione qui funziona ma non è lo stesso, come spesso si vede, in autori ben minore calibro? Semplicemente perché ci troviamo di fronte a due Poesie di due versi l’una inserite in un testo più ampio che fa da cornice, supporto. Un’architettura, stilisticamente parlando, non privata ma condivisibile e riconoscibile.

 

*

Alla rosa
 
Mentre fiorivo intento a un’amorosa
filologia dalle dita di rosa
e i poeti che amo
ogni canzone e stanza
fiorivano del fiore, specialmente
un sogno tardoantico sulla rosa
con luci d’astri e allegoria amorosa,
fuori la vita era tutta un ricamo
di verde e fiori,             specialmente la rosa.
 
E certamente è una cosa barocca
prendere la parola,
rivolgersi alla rosa
come un giorno alla viola,
per dire cosa, poi? che è un’oltranza
cercare di raggiungerti, alla fine,
che è meglio starsene alti a distanza
che accartocciarsi in un pugno di spine?
Ma no. Chiudere gli occhi e apertamente
sfiorarti i fiori,             sbocciare la tua bocca.
 

Anche in questo caso leggiamo un verso, anzi due, particolarmente importanti:

 
Chiudere gli occhi e apertamente
sfiorarti i fiori,              sbocciare la tua bocca.

 

Quando dicevo che la Poesia spesso non è l’intero ma alcune parti intendevo queste che riporto in sequenza. Versi che da soli potrebbero benissimo stare in piedi:

 
È tanta lontananza che impedisce
di interrompersi e amarla.
 
 
Dio, come gradirei starle vicino,
lodarne il gusto, sentirla vicina
 
 
fuori, verboso, importuna signore
e dentro muore per la bimba signora
 
 
Chiudere gli occhi e apertamente
sfiorarti i fiori,              sbocciare la tua bocca.

 

*

Alessandro Fo, certamente Poeta, questo lo sa e nella stessa edizione sfrutta tale concetto in due testi particolarmente belli, dove reitera la medesima Poesia:

 
Trasporto a un bivio
 
Migravo. Ed era una tribù di architetti
che mi accoglieva dal treno di Cremona.
La sera, a volte, coloravano progetti
mentre guardavo la tv in poltrona.
 
Era il tempo del ‘Piano’, quanto bello.
Si armeggiava coi lapis a acquerello
poi buonanotte, distribuendone i letti
fra chi c’era quel giorno a casa Secchi.
 
Lei c’era sempre, a fomentare l’insania.
Quanto ne riflette la bellezza, o secchi
della memoria che ancora mi dilania:
 
tutta a colori si dispiegò la vita
nei segni fra le labbra di Stefania,
che spesso inumidiva la matita.
 
 
 
 
Trasporto a un bivio
 
Migravo. Architetti mi offrivano accoglienza
nella città dove sarei venuto, Siena.
Ne regolavano il Piano, con pazienza,
mentre facevo i piatti dopo cena.
 
C’erano Claudio, ed i versi benefici
dell’«architetto viaggiatore» Fefi – ci
pensi a volte, Sommo Poeta? –, … e lei, scura,
molto mutevole nella pettinatura.
 
– scusate, è un caso se la intravidi nella doccia,
forma che il vetro smerigliato non svela,
ma si frange negli occhi goccia a goccia –:
 
nero che accesero i colori della vita,
tracce sopra la lingua di Michela,
bocca che inumidiva la matita.
 

Come si nota torna la medesima immagine:

 
tutta a colori si dispiegò la vita
nei segni fra le labbra di Stefania,
che spesso inumidiva la matita.

 
 
nero che accesero i colori della vita,
tracce sopra la lingua di Michela,
bocca che inumidiva la matita
.
 

sottolineando la Poesia, l’immagine centrale:

 
fra le labbra/ bocca
che inumidiva la matita

 

*

Quando affermo che Poesia non è un riflesso privato e chiuso dell’autore intendo anche la capacità del lettore di riscrivere il testo. A parte gli esercizi utili, un testo funziona quando porta il lettore a rifarlo. E in questo gioco le possibilità sono molteplici e fin qui le abbiamo in qualche modo già viste. Perché, inevitabilmente, sottolineando le Poesie nelle Poesie abbiamo già scritto una nuova Poesia:

 
È tanta lontananza che impedisce
di interrompersi e amarla.
Dio, come gradirei starle vicino,
lodarne il gusto, sentirla vicina.
Chiudere gli occhi e apertamente
sfiorarti i fiori, sbocciare la tua bocca.
 

Altre possibilità che indicano che si tratta di vera Poesia è il bisogno, a volte soddisfatto a volte no, di riscrivere singoli versi. Prendiamo ad esempio:

 
sbocciare la tua bocca
 

immagine estremamente efficace, ma che spinge il lettore (o almeno spinge me lettore) a variarla:

 
sbucciare la tua bocca
 

*

Nella distanza tra il testo originale e la variazione si misura la grandezza del testo. Perchè la Poesia non è una forma chiusa ma un organismo vivo che produce variazioni, appropriazioni, domande, discussioni. Poesia non è l’emozione dell’autore ma quella del lettore di immedesimarsi, comprendere proprio in virtù del fatto che l’autore si è sottratto.

Ed è per questo che i testi di Alessandro Fo li possiamo considerare vera poesia. Perché producono tutto questo, lo cercano, lo stimolano. Alessandro Fo non c’entra più nel testo, ma c’entra la lei in galleria, c’entra la signora che a diciott’anni che ha avuto il bambino ma a ventisei sembra ancora bambina, c’entra Stefania, Michela. Che diventano personaggi della nostra stessa storia e quelle le nostre parole.

 

*

Chiudo quest’ultima lezione, lasciando dalla settimana prossima il riavvio, dopo la pausa estiva, della rubrica Note di Pierangela (qui), con un’impressione/editing su alcuni testi usciti nel gruppo Laboratori Poesia. Impressioni/editing motivate da quanto fin’ora detto. Il primo è di Roberta Borgia:

 
Mi manca la saggezza dei vent’anni
e il volto opposto allo specchio già straziato.
 
Esiliavo il giudizio allora, ma s’appigliava
forte… La notte, il suo ritorno sopra il vetro
 
soffiava con vendetta nuove crepe.
Qualcuno ha detto che l’aria puoi vederla
 
quando è sporca e che il sogno si ritrae
mentre ne cogli l’identità. Ma il tempo
 
che oltrepassa le ore buie comprende,
pigramente, la propria ingenuità.
 

Roberta pubblica un testo molto bello, costruito attentamente sebbene forse con alcune cose in più. Cercando infatti di renderlo più esile otteniamo:

 
Mi manca la saggezza dei vent’anni
e il volto opposto allo specchio.
 
Esiliavo il giudizio, ma s’appigliava.
La notte, il ritorno sopra il vetro
 
soffiava con nuove crepe.
Qualcuno ha detto che l’aria puoi vederla
 
quando è sporca e il sogno si ritrae
mentre ne cogli l’identità. Il tempo
 
oltrepassa le ore e comprende,
pigramente, la propria ingenuità.
 

Il testo così perde alcune specificazioni ma ne guadagna in efficacia, in evocatività. A questo punto oserei addirittura discutere alcuni a capo:

 
Mi manca la saggezza dei vent’anni
e il volto opposto allo specchio.
 
Esiliavo il giudizio, ma s’appigliava.
La notte, il ritorno sopra il vetro
 
soffiava con nuove crepe. Qualcuno
ha detto che l’aria puoi vederla
 
quand’è sporca e il sogno si ritrae
mentre ne cogli l’identità. Il tempo
 
oltrepassa le ore e comprende,
pigramente, la propria ingenuità.
 

Ancora non convince moltissimo quel e il sogno si ritrae che rischia d’essere, anche a fronte del verso successivo, troppo esplicito e dispersivo:

 
Mi manca la saggezza dei vent’anni
e il volto opposto allo specchio.
 
Esiliavo il giudizio, ma s’appigliava.
La notte, il ritorno sopra il vetro
 
soffiava con nuove crepe. Qualcuno
ha detto che l’aria puoi vederla
 
quand’è sporca e si ritrae. Il tempo
 
oltrepassa le ore e comprende,
pigramente, la propria ingenuità.
 

Avendo adesso un verso solo potremmo quasi pensare di avvicinarli tutti:

 
Mi manca la saggezza dei vent’anni
e il volto opposto allo specchio.
Esiliavo il giudizio, ma s’appigliava.
La notte, il ritorno sopra il vetro
soffiava con nuove crepe. Qualcuno
ha detto che l’aria puoi vederla
quand’è sporca e si ritrae. Il tempo
oltrepassa le ore e comprende,
pigramente, la propria ingenuità.
 

E in ultimissima battuta suggerirei di isolare, con un punto al penultimo, il verso conclusivo:

 
Mi manca la saggezza dei vent’anni
e il volto opposto allo specchio.
Esiliavo il giudizio, ma s’appigliava.
La notte, il ritorno sopra il vetro
soffiava con nuove crepe. Qualcuno
ha detto che l’aria puoi vederla
quand’è sporca e si ritrae. Il tempo
oltrepassa le ore e comprende.
Pigramente, la propria ingenuità.
 

*

Ora un testo di Vittoria Gentili:

 
I neri cipressi del colle palatino
filtravano l’aria e la luce del mattino.
Una mia amica dalle persiane mi guardava
mi urlava contro e non apriva il portone:
Guarda Vittoria, la luce si prostituisce!
Tuttavia non mi arrabbiai. Perché?
Ieri in Liguria, Genova cadeva ancora.
La zigzagante luce lisciava i suoi vicoli.
 

Anche questo ha un ottimo potenziale e fa riferimento, in qualche modo, a un altro tema discusso nel gruppo: le cosiddette parolacce possono entrare in Poesia? A mio avviso si. La parolaccia è un linguaggio e come tale va dosato e gestito con grandissima attenzione, mai con ostentazione. In questo caso:

 
I neri cipressi del colle palatino
filtravano l’aria e la luce del mattino.
Una mia amica dalle persiane mi guardava
mi urlava contro e non apriva il portone:
Guarda Vittoria, la luce puttana!
Tuttavia non mi arrabbiai. Perché?
Ieri in Liguria, Genova cadeva ancora.
La zigzagante luce lisciava i suoi vicoli.
 

Ora toglierei alcune parti ridondanti e ripetitive:

 
I cipressi del colle palatino
filtravano aria e luce del mattino.
Un’amica dalle persiane mi guardava,
urlava contro e non apriva il portone:
Guarda Vittoria, la luce puttana!
Tuttavia non mi arrabbiai.
Ieri in Liguria, Genova cadeva ancora.
La luce lisciava i suoi vicoli.
 

Particolare attenzione vorrei venisse posta all’ultimo verso, che inizialmente era:

 
La zigzagante luce lisciava i suoi vicoli
 

Sottolineiamo le allitterazioni:

 
La zigzagante luce lisciava i suoi vicoli.
 

Come si vede zigzagante rischia d’essere un po’ d’intralcio nel gioco musicale, e per questo va tolto. Ora discuterei il quarto verso, che appare un po’ claudicante:

 
Un’amica dalle persiane mi guardava,
urlava contro e non apriva il portone
 

Una delle possibilità è togliere la e:

 
Un’amica dalle persiane mi guardava,
urlava contro, non apriva il portone
 

Oppure, dato che non apriva il portone rischia d’essere un po’ troppo battente nelle p, possiamo provare a trovare un altro termine. Ma come? Proviamo a vedere le altre allitterazioni. Ne compare una molto interessante:

 
I cipressi del colle palatino
filtravano aria e luce del mattino.
Un’amica dalle persiane mi guardava,
urlava contro e non apriva il portone:
Guarda Vittoria, la luce puttana!
Tuttavia non mi arrabbiai.
Ieri in Liguria, Genova cadeva ancora.
La luce lisciava i suoi vicoli.
 

Cambiamo quindi il portone con un termine il più possibile affine ma che abbia al suo interno la g:

 
I cipressi del colle palatino
filtravano aria e luce del mattino.
Un’amica dalle persiane mi guardava,
urlava contro, non apriva al giorno:
Guarda Vittoria, la luce puttana!
Tuttavia non mi arrabbiai.
Ieri in Liguria, Genova cadeva ancora.
La luce lisciava i suoi vicoli.
 

Così facendo, oltre a ripetere a fine verso l’allitterazione (guardava / giorno) abbiamo anche l’assonanza in mezzo al verso (contro/giorno). Ora concludiamo gestendo i versi, che dopo i tagli rischiano d’essere disequilibrati:

 
I cipressi del colle palatino
filtravano aria e luce del mattino.
Un’amica dalle persiane mi guardava,
urlava contro, non apriva al giorno:
Guarda Vittoria, la luce puttana!
Tuttavia non mi arrabbiai. Ieri,
in Liguria, Genova cadeva ancora.
La luce lisciava i suoi vicoli.
 

E potremmo, alla fin fine, addirittura rinunciare all’ultimo:

 
I cipressi del colle palatino
filtravano aria e luce del mattino.
Un’amica dalle persiane mi guardava,
urlava contro, non apriva al giorno:
Guarda Vittoria, la luce puttana!
Tuttavia non mi arrabbiai. Ieri,
in Liguria, Genova cadeva ancora.
 

*

 
 
 
 

Grazie a quanti hanno seguito questo piccolo Speciale Estivo di laboratori Poesia

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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