3×3 Parole per il teatro – Antonella Bukovaz


Nell’introduzione di Ace Mermolija – una delle due poste all’inizio di 3×3 Parole per il teatro (Editoriale Stampa Triestina, 2016), nuovo libro di Antonella Bukovaz, l’altra è di Angelo Floramo – si afferma che nelle Valli del Natisone si scrive poesia in italiano o in dialetto, difficilmente in sloveno letterario, cosicché la moltiplicazione del titolo ci informa che da una parte del libro troviamo tre composizioni nell’originale italiano, dall’altra la loro traduzione in sloveno. Anche tale, un po’ buffa, particolarità di questo volumetto tutto virato in blu, ci potrebbe suggerire quanto la poesia dell’autrice sia legata, sin dagli esordi del 2006, ad una ricerca formale e contenutistica d’avanguardia, termine che qui usiamo soprattutto per ragioni di brevità, perché solo a ragionarci sopra, a dire cosa voglia dire avanguardia oggi, si potrebbero riempire pagine e pagine. D’altronde la poesia di Antonella Bukovaz, proprio per le sue caratteristiche e per un suo indubbio talento “a stare sul palco”, ha attirato l’attenzione della critica più avveduta e prestigiosi riconoscimenti come il premio Delfini del 2009.

Si scrive ancora nell’introduzione: “ovunque brucia un eros palpitante in ogni sua fibra che urla: ed è ancora e sempre il corpo femminile ad esserne protagonista assoluto, quasi fosse un multiverso attorno al quale l’affannarsi del maschio è soltanto forza gravitazionale attorno all’energia pura, un magma che dilaga dalle pieghe più intime e segrete di un io selvaggio e libero che canta con orgoglio la propria alterità”. E forse questo è davvero il senso ultimo della scrittura qui raccolta, anche se è necessario sapere che 3×3 raccoglie tre testi scritti per il teatro sonoro di Hanna Preuss, di Ljubljana: Dalla Soglia, Sopravvissuti e Antigone. Sono le voci di tre donne, frammentate ma forti, che vogliono ascolto, spesso introdotte da verbi che sono ferme intenzioni. I versi di queste pagine, una sorta di epos di una presenza femminile che dai margini reclama centralità, dalla poetessa russo-argentina Alejandra Pizarnik, fino ad Antigone, una delle figure femminili più emblematiche della letteratura di tutti i tempi, dalla luce del cui sepolcro “canta la parola armata”. È questo, forse, il testo più teatrale e complesso del trittico, formato da una sorta di dialogo fra due entità infere, Antigone dal suo sepolcro e una voce fuori campo che racconta un sogno di sprofondamento nella terra e ritorno alla superficie, percorso del diventare uomini, di nuovo. Naturalmente bisognerebbe sottolineare anche il rischio che il testo corre a misurarsi con una figura cosi centrale ma anche al contempo per certi versi usurata come quella di Antigone, rischio che è giocato un po’ mischiando le carte, sprofondando i personaggi ad un limite che è quello di una rinascita ipotizzabile, ma che è anche quello dei versi, ove il significato si sdoppia in un significante che contiene una forte impronta del proprio suono; insomma, per dirla in breve un tentativo assai interessante, coinvolgente, anche se, sicuramente è difficile rendere in poche parole la complessità di una scrittura ambiziosa, che vorrebbe più farsi ascoltare che leggere, e che qui, in queste brevi note è monca della scena, delle luci, dei suoni che necessariamente completavano gli spettacoli per cui è nata e che possiamo solo intuire dalle belle fotografie virate in blu del libro. Anche con questo libro Antonella Bukovaz conferma la sua attitudine a superare l’idea di poesia confinata dentro un libro e va alla ricerca di una espressione che sia anche suono, anche immagine, luci, mentre il suo essere fortemente ancorata a una sorta di Heimat minimo, come può esserlo Topolò di cui ci ricorda quasi con serialità di essere originaria, sembra dilatarsi e dare una ragione a questo teatro di poesia, che sarebbe stato caro a Fabio Doplicher. Un impegno e una ricerca, quella della Bukovaz, che merita senz’altro attenzione e di cui aspettiamo eventuali nuove proposte, con curiosità.

 

Roberto Dedenaro

 
 
 
 
 
 

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